Scriviamo più di qualsiasi generazione prima di noi e una parte crescente delle parole che leggiamo nasce già con l’aiuto delle macchine. Eppure per millenni scrivere ha significato molto più che produrre testo: ha significato cercare, ricordare, dubitare, interpretare, cambiare idea. Dalla Parola delle tradizioni religiose a Montaigne e Leopardi, da Marguerite Duras al stream of consciousness, dallo Sturm und Drang a Noam Chomsky, il linguaggio accompagna la costruzione stessa del pensiero. Ora possiamo arrivare alla frase saltando gran parte del percorso che la precedeva. Vale la pena capire che cosa lasciamo indietro.
Qualche giorno fa ho letto che Harvard ha riorganizzato il suo Writing Center, Jane Rosenzweig, che lo dirigeva da molti anni, è stata licenziata e alcune funzioni del centro sono confluite in una struttura più ampia. Sarebbe scorretto trasformare una decisione amministrativa complessa nella prova che una delle università più importanti del mondo abbia deciso che scrivere non serva più, eppure la notizia mi è rimasta in testa per il momento nel quale arriva, perché proprio mentre impariamo a produrre testi con una velocità che soltanto pochi anni fa ci sarebbe sembrata fantascienza, uno dei luoghi nati per accompagnare gli studenti nella costruzione di un pensiero attraverso la scrittura cambia forma e perde la propria autonomia. Le coincidenze non dimostrano niente, però qualche volta possiedono questa capacità irritante di raccontare molto bene un’epoca.
Noi, del resto, non abbiamo affatto smesso di scrivere. Scriviamo continuamente, appena svegli e spesso fino agli ultimi minuti prima di addormentarci, tra messaggi, mail, WhatsApp, commenti, presentazioni, caption, documenti, post, note, appunti e prompt; siamo immersi dentro una produzione di parole incessante e con ogni probabilità apparteniamo alla generazione che ha prodotto più testo nella storia umana. La quantità non manca, manca semmai una distinzione che per molto tempo abbiamo dato quasi per scontata: scrivere non significava soltanto trasferire qualcosa sulla pagina, significava anche utilizzare quella pagina per capire cosa avevamo davvero dentro la testa.
Il dato pubblicato pochi giorni fa dal Pew Research Center rende questa trasformazione ancora più evidente. Analizzando 490.000 pagine web in lingua inglese raccolte tra il 2021 e luglio 2026, i ricercatori hanno rilevato che nell’ultimo campione circa una pagina su dieci mostrava segnali significativi di scrittura o revisione attraverso intelligenza artificiale; osservando soltanto le pagine pubblicate dopo l’arrivo di ChatGPT, la quota supera un terzo. I sistemi di rilevazione non sono infallibili e lo stesso Pew lo precisa, dunque quei numeri vanno letti per ciò che sono, indicatori di una trasformazione in corso, abbastanza chiara però da mostrarci un web che continua a riempirsi di parole mentre cambia radicalmente il processo attraverso cui quelle parole arrivano alla loro forma finale.
Quando scrivere significava cercare
Ci piace immaginare il pensiero come qualcosa di ordinato, quasi amministrativo: prima elaboriamo un’idea e poi la mettiamo per iscritto, come se nella nostra testa esistessero già paragrafi perfettamente formati che aspettano soltanto di essere trasferiti sulla pagina. A me succede quasi sempre il contrario, perché ci sono cose delle quali sono convinta fino a quando provo a scriverle, poi alla terza frase incontro qualcosa che non torna, alla quinta capisco che manca un passaggio, più avanti mi accorgo che la conclusione verso cui stavo andando non coincide più con il luogo dal quale ero partita. È irritante, lento, poco produttivo secondo qualsiasi metrica contemporanea, ed è precisamente lì che una frase smette di essere trascrizione e diventa pensiero.
Marguerite Duras, in Scrivere, raccontava la scrittura come una forma di solitudine, uno spazio nel quale bisogna essere disposti a rimanere senza conoscere in anticipo ciò che ne verrà fuori, accettando che la frase non sia già pronta e che chi scrive non possieda interamente ciò che sta per dire. È una concezione quasi incompatibile con l’idea contemporanea di produzione, perché custodisce qualcosa che abbiamo iniziato a trattare come un difetto: l’attesa, il non sapere ancora, quel tempo apparentemente vuoto nel quale la risposta tarda ad arrivare e proprio per questo ci obbliga a cercarla.
Montaigne aveva costruito i suoi Saggi intorno allo stesso movimento. Essai viene da essayer, tentare, provare, mettere alla prova, e già il nome racconta un modo di scrivere che non parte dalla certezza di possedere una verità, procede invece mentre quella verità viene interrogata. Nei Saggi un uomo osserva se stesso, ritorna sui propri passi, corregge la direzione, lascia aperta la possibilità di sbagliarsi; il suo Que sais-je?, che cosa so?, continua a sembrarmi una delle forme più radicali di pensiero critico che abbiamo ereditato, proprio perché contiene l’umiltà intellettuale di chi non confonde la velocità di una risposta con la profondità della conoscenza.
Poi c’è Leopardi e c’è lo Zibaldone, migliaia di pagine che assomigliano meno a un’opera conclusa che alla cartografia di una mente in movimento, intuizioni annotate, pensieri ripresi anni dopo, contraddizioni, deviazioni, frammenti che producono altri frammenti. Guardato con gli occhi di oggi è quasi un oggetto sovversivo: non ottimizzato, non sintetizzato, non costruito per essere immediatamente consumabile. Conserva ciò che nella comunicazione contemporanea tendiamo a eliminare prima di pubblicare, l’impalcatura, i tentativi, le strade abbandonate, il pensiero prima che l’edificio sia finito.
Prima della letteratura, la Parola
Andando ancora più indietro si incontra qualcosa che mi affascina ancora di più, perché alcune delle grandi tradizioni religiose hanno collocato parola, lettura e scrittura vicinissime all’origine della conoscenza, attribuendo al linguaggio un valore immensamente più vasto della semplice comunicazione.
Il Vangelo di Giovanni si apre con “In principio era il Verbo” e dietro quel Verbo c’è Logos, un termine greco che tiene insieme significati che noi abbiamo imparato a separare: parola, discorso, ragione, principio intelligibile. L’idea che la parola e la ragione possano stare dentro lo stesso termine dice qualcosa di potentissimo anche a chi legge quel testo fuori dalla fede, perché suggerisce una concezione nella quale il linguaggio non arriva semplicemente alla fine del pensiero per trasportarlo altrove, ne accompagna la forma, lo rende dicibile e quindi condivisibile, discutibile, perfino pensabile.
La tradizione ebraica rende questa relazione ancora più concreta attraverso la lettura e l’interpretazione incessante della Torah e attraverso una cultura del commento nella quale il testo non si esaurisce nella prima risposta. Il Talmud conserva discussioni, obiezioni, interpretazioni differenti, opinioni che attraversano generazioni e che continuano a parlarsi sulla stessa pagina; è quasi commovente, osservato dal nostro presente ossessionato dalla sintesi, immaginare una cultura che abbia scelto di conservare anche il dissenso invece di cancellarlo per arrivare più velocemente alla soluzione. Capire, dentro quella tradizione, significa anche discutere, tornare sul testo, lasciare che una voce venga contestata da un’altra.
Nell’Islam i versetti tradizionalmente associati all’inizio della rivelazione coranica cominciano con Iqra’, leggere, recitare, e poco dopo compare la penna, lo strumento attraverso cui viene insegnato all’essere umano ciò che non conosceva. Lettura, parola, scrittura e conoscenza si trovano raccolte nello stesso spazio simbolico, all’origine di un’esperienza spirituale che affida alla parola una responsabilità immensa: permettere all’essere umano di conoscere ciò che prima non sapeva.
Tradizioni diversissime, impossibili da sovrapporre senza impoverirle, eppure accomunate da una prossimità che oggi colpisce: per millenni abbiamo collocato la parola accanto alla conoscenza, alla memoria, all’interpretazione, persino al sacro, poi nel giro di pochissimi anni abbiamo aggiunto al nostro vocabolario una parola nuova.
Output.
La distanza tra Logos e output racconta da sola una parte del cambiamento.
Il linguaggio dentro la mente
Molti secoli dopo, da un territorio completamente diverso, Noam Chomsky ha dedicato gran parte del proprio lavoro proprio al rapporto tra linguaggio e mente. Nella sua prospettiva il linguaggio non nasce principalmente come strumento per comunicare informazioni agli altri, appartiene alla nostra architettura cognitiva ed è anzitutto legato alla formulazione del pensiero; Chomsky ha parlato esplicitamente del linguaggio come espressione del pensiero e, nei suoi lavori più recenti con Robert Berwick, come sistema interno capace di generare strutture che vengono interpretate come pensieri.
La tesi è importante anche perché non è affatto pacifica. Nel 2024 Nature ha pubblicato una vasta review firmata da Evelina Fedorenko, Steven Piantadosi ed Edward Gibson che sostiene una posizione molto diversa, basata anche su evidenze neuroscientifiche: il linguaggio sarebbe soprattutto uno strumento di comunicazione e molte forme di pensiero complesso potrebbero esistere indipendentemente da esso.
Mi interessa proprio questa frizione, molto più di una risposta definitiva. Da una parte una lunga tradizione filosofica e linguistica che vede nel linguaggio qualcosa di profondamente intrecciato alla nostra capacità di pensare, dall’altra studi contemporanei che mostrano quanto il pensiero possa eccedere il linguaggio. Anche accettando la distinzione, rimane un fatto difficile da ignorare: quando proviamo a dare una forma condivisibile a ciò che pensiamo, le parole ci costringono a scegliere, ordinare, collegare, distinguere, e durante quel processo qualcosa accade alla nostra stessa idea.
Scrivere significa sottoporla a resistenza.
La mente non procede per punti elenco
La letteratura moderna ha portato questa intuizione quasi al limite attraverso il stream of consciousness, scegliendo di inseguire la mente invece di disciplinarla. Joyce, Virginia Woolf, Dorothy Richardson seguono la coscienza mentre devia, ritorna, associa una memoria a un odore, una paura a una parola, il presente a qualcosa accaduto vent’anni prima, e quelle pagine ci ricordano quanto poco il pensiero umano assomigli alla maniera in cui oggi organizziamo le informazioni.
La mente non procede per punti elenco, non stabilisce tre concetti chiave prima di cominciare, non possiede sempre una premessa, uno sviluppo e una conclusione, non sceglie necessariamente la strada più breve. Si muove per associazioni, inciampa, ritorna, apre porte laterali; Proust ha costruito pagine intere intorno alla capacità di un sapore di far crollare improvvisamente la cronologia e riportare il passato dentro il presente, perché la memoria non archivia la vita come facciamo con le cartelle di un computer, la ricompone ogni volta.
Da qui il pensiero mi porta ancora più indietro, allo Sturm und Drang, agli anni passati dentro la lingua e la letteratura tedesca e a quelle due parole, tempesta e impeto, che continuano a sembrarmi bellissime proprio perché contengono qualcosa di inconciliabile con la nostra ossessione per la linearità. È un altro tempo, un’altra poetica, un’altra storia, eppure dentro quella ribellione contro una ragione diventata troppo stretta, nella centralità dell’individuo e dell’esperienza che rompe la forma, riconosco qualcosa che oggi vale la pena conservare: non tutto ciò che è umano arriva ordinato.
Anche il pensiero ha bisogno della propria piccola tempesta, di una zona nella quale possa restare spettinato, incompleto, contraddittorio, prima che qualcuno lo sistemi, prima che un sistema gli assegni una struttura, prima che venga reso più leggibile, più breve, più efficace, più performante.
Lavoro da molti anni in un settore nel quale la parola “ottimizzazione” esiste da molto prima dell’intelligenza artificiale e so bene quanto possa essere utile: ottimizziamo campagne, budget, percorsi, processi e contenuti per eliminare sprechi, rendere comprensibile un messaggio, utilizzare meglio il tempo e le risorse. Il problema comincia quando una parola esce dal recinto del mestiere e si trasforma lentamente in una visione del mondo, quando iniziamo a voler ottimizzare anche il tempo vuoto, l’apprendimento, la creatività, le relazioni, la memoria, finendo per considerare tutto ciò che non produce immediatamente un risultato come un errore del sistema.
Una frase cancellata non produce niente, una pagina riscritta tre volte appare inefficiente, mezz’ora trascorsa a cercare una parola che non arriva rappresenta un pessimo utilizzo del tempo e un ragionamento che alla fine ci costringe a cambiare la nostra tesi iniziale assomiglia a un percorso mal progettato.
E invece era lavoro.
Un lavoro invisibile che non finiva soltanto sulla pagina, accadeva anche dentro di noi.
Non attribuisco alla fatica alcuna nobiltà automatica e non rimpiango le cartine stradali perché il navigatore mi porta a destinazione senza farmi sbagliare uscita. La tecnologia ci ha liberati da una quantità enorme di gesti ripetitivi e inutili, e continuerà a farlo. Esistono però attriti che generano qualcosa, e il dubbio è uno di questi, l’errore anche, così come il tentativo di trovare una frase capace di corrispondere esattamente a ciò che vogliamo dire.
L’intelligenza artificiale rende oggi questa distinzione urgente. Possiamo usarla per discutere, farci contraddire, cercare la falla di un ragionamento, incontrare un punto di vista che non avevamo considerato, portare un pensiero più lontano; possiamo anche consegnarle il percorso intero, dall’idea ancora vaga fino alla conclusione già confezionata, e ricevere in pochi secondi qualcosa di corretto, ordinato, plausibile e spesso persino bello.
Nessun detector sarà in grado di misurare ciò che è avvenuto nel mezzo, nessun software potrà stabilire se, mentre quel testo prendeva forma, qualcuno abbia incontrato una contraddizione, scoperto un collegamento inatteso, cambiato opinione, riconosciuto di avere torto.
È questa parte della scrittura che rischiamo di smettere di esercitare senza neppure accorgercene.
Non la grammatica, che le macchine conosceranno sempre meglio, e nemmeno la capacità di produrre testi corretti, che potrebbe addirittura aumentare. A impoverirsi può essere quel movimento interiore attraverso il quale una parola ne chiama un’altra, un ragionamento incontra resistenza e ciò che sembrava una certezza, messo nero su bianco, rivela improvvisamente una crepa.
Duras parlava della solitudine necessaria alla scrittura e oggi quella solitudine rappresenta il breve spazio nel quale una risposta non è ancora arrivata, il tempo nel quale restiamo soli con una domanda e siamo costretti a sopportare di non sapere.
Siamo diventati straordinariamente bravi a riempire quello spazio.
Ci penso soprattutto quando parliamo dei ragazzi, perché stiamo giustamente cercando di insegnare loro a usare l’intelligenza artificiale, controllare le fonti, comprendere gli algoritmi, costruire richieste migliori, riconoscere contenuti sintetici. Accanto a queste competenze ne serve una molto meno tecnologica e infinitamente più difficile da certificare: restare qualche minuto in più davanti a qualcosa che non sanno, provare a scriverlo, scoprire che non funziona, cancellare, riprendere da capo e arrivare in fondo con un pensiero diverso da quello con cui erano partititi, per imparare a stare abbastanza a lungo dentro il proprio pensiero da riconoscerlo.
Vista da qui, anche la pagina bianca cambia significato. Da sempre l’abbiamo raccontata come una paura, un blocco, qualcosa da superare; adesso appare anche come uno spazio di libertà, perché non contiene ancora una risposta, nessuno ha completato la frase, nessuno ha scelto per noi la parola successiva. Possiamo sbagliare strada, contraddirci, andare troppo lontano, tornare indietro e, nel percorso, sorprenderci.
Le macchine stanno imparando a scrivere e continueranno a farlo sempre meglio, ed è una delle trasformazioni più affascinanti del nostro tempo; opporsi alla loro capacità di generare linguaggio significherebbe guardare nella direzione sbagliata. Ciò che accade a noi mentre quella capacità diventa quotidiana merita molta più attenzione.
Abbiamo tenuto insieme per millenni parola e conoscenza, scrittura e pensiero, dal Logos alla penna del Corano, dalle dispute talmudiche allo Zibaldone, da Montaigne a Duras, fino alla linguistica di Chomsky. Oggi siamo capaci di produrre la frase senza attraversare necessariamente tutto ciò che un tempo accadeva prima della frase.
Le parole continueranno a moltiplicarsi. Dovremo solo ricordarci che scrivere non serve a riempire il silenzio, ma a dare forma a ciò che ancora non sappiamo di pensare.



