Cosa c’entra Roberto Benigni con Sarzana? C’entra perché oggi, proprio mentre tutti scriviamo dell’amore, mi torna in mente una sua frase: la cultura è una forma d’amore. E questa volta non resta sospesa: trova un indirizzo preciso. Sarzana è candidata a Capitale Italiana della Cultura. Non un titolo da esibire. Una promessa da mantenere. E, se la si governa bene, anche un asset strategico per il territorio: reputazione, attrattività, indotto, identità.
Perché la cultura, quando la prendi sul serio, non è un titolo. È un ritmo. È il modo in cui una città decide di non diventare solo sfondo, ma racconto. È il modo in cui un territorio smette di chiedere attenzione e inizia a meritarsela, ogni giorno.
E allora sì, “capitale” è una parola bellissima solo se resta concreta. Se diventa cura. Se diventa continuità. Se diventa un patto: tenere accesa la complessità, mentre tutto intorno spinge verso la semplificazione.
La cultura, quando funziona, vive nei gesti e nella filiera: librerie che resistono, teatri che accendono le sere d’inverno, piazze che restano vive, progettualità che tiene insieme memoria e futuro.
Io a Sarzana ci tengo davvero. Proprio per questo provo un profondo senso di gratitudine e una voglia limpida di esserci, di partecipare, di contribuire perché questa sia una cultura abitata, non solo dichiarata. Spero anche che questa candidatura sia un lavoro di sistema: pubblico e privato, associazioni, imprese, scuole, operatori culturali. Un patto di continuità.
Benigni la chiama cultura.
Io la riconosco così: è l’amore che resta… e quando lo trasformi in visione, diventa anche sviluppo.