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Con Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica dedicata alla custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale, Papa Leone XIV non nega la tecnologia. Chiede un nuovo umanesimo capace di custodire la persona, interrogare il potere e ricordarci che il futuro non è soltanto ciò che costruiamo, ma ciò che scegliamo di nutrire.

Abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani.”

Le frasi davvero importanti arrivano quasi sempre come sussurrate all’orecchio. Poi restano, lì, e lentamente cambiano forma dentro chi legge.

Per questo la frase che attraversa Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’intelligenza artificiale, merita forse un’attenzione diversa da quella che si riserva alle notizie da consumare in una giornata. Perché nessuno dovrebbe sentire il bisogno di ricordare all’uomo di restare umano quando la materia umana è al sicuro.

Lo si dice quando qualcosa si è spostato. Quando una civiltà entra in una stanza nuova e scopre di non avere ancora il linguaggio per abitarla. Quando la parola progresso inizia a sovrapporsi a un’altra parola: delega. Quando la tecnologia smette di limitarsi a fare strumenti e comincia, lentamente, a diventare ambiente.

L’enciclica di Papa Leone, almeno nei passaggi emersi nel dibattito pubblico, non assume la postura nostalgica di chi teme il futuro. Non è un rifiuto della tecnologia e non è neppure il solito entusiasmo irrazionale che accompagna ogni innovazione. Prende una questione tecnica e la restituisce alla sua dimensione antropologica. Spinge la discussione lontano dai server e vicino all’uomo.

Il punto è chiedersi quale idea di essere umano stiamo depositando dentro di lei.

La nuova Torre di Babele non punta più al cielo ma al feed. La questione di Babele non riguardava l’architettura. Riguardava l’uomo quando scambia la potenza per destino. Nel racconto biblico la costruzione della torre nasce da un desiderio preciso:

Costruiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo.”

Dentro quella frase c’era già una forma di vertigine. Non tanto l’idea di costruire qualcosa di grande, quanto l’idea che ogni possibilità tecnica autorizzi automaticamente la sua realizzazione.

La punizione, infatti, non fu la distruzione della torre. Fu qualcosa di molto più sottile. Fu smettere di capirsi. La frattura del linguaggio. Parole identiche diventate improvvisamente incapaci di contenere senso. Persone vicine che continuavano a parlarsi senza riuscire più a riconoscersi. E proprio qui è difficile non vedere una risonanza contemporanea.

Perché anche oggi stiamo costruendo una torre. Non fatta di mattoni e bitume, ma di modelli linguistici, capitale, dati, infrastrutture e potenza computazionale. Le Big Tech hanno smesso da tempo di costruire soltanto strumenti. Stanno costruendo ambienti. Luoghi invisibili in cui abitiamo senza accorgercene. Geografie dell’attenzione. Nuovi alfabeti del desiderio. Decidono cosa emerge, cosa resta ai margini, cosa diventa rilevante, cosa scompare. Papa Leone insiste su un punto quasi scandaloso nell’attuale liturgia dell’innovazione: la tecnologia non è neutrale.

Ogni algoritmo incorpora una visione del mondo. Ogni modello contiene un’idea implicita di essere umano. Qui torna un tema che avevamo già attraversato su The Human Feed (Cosa può insegnarci Faust sull’intelligenza artificiale), nel pezzo dedicato a Goethe, al Faust e all’Homunculus: il desiderio antico dell’uomo di generare qualcosa che gli assomigli, senza sapere fino in fondo che cosa stia chiamando alla vita.

Perché ogni algoritmo incorpora una visione del mondo. Ogni modello contiene un’idea implicita di essere umano… e forse il nostro Homunculus oggi non vive più in una fiala di vetro.

Il vero punto non è la voce delle macchine, ma la coscienza di chi ha insegnato loro a nominare il mondo.

Perché ogni volta che costruiamo una torre, stiamo costruendo anche un’idea di uomo. Ed è possibile che la grande questione del nostro tempo non sia l’intelligenza artificiale, ma ricordarci, mentre la costruiamo, chi siamo noi.

Ogni epoca costruisce la propria torre.

Ogni civiltà sceglie il proprio nutrimento.

Resta il punto: che cosa stiamo davvero nutrendo.

L’intelligenza o la coscienza, il progresso o il controllo, l’uomo o la sua copia più efficiente.

Sempre più convinta che The Human Feed sia necessario. Uno spazio in cui sostare. Guardare meglio. Restituire profondità alle parole, misura alle scelte, responsabilità agli strumenti.

Ho scelto con cura la parola feed. Perché nel digitale è un flusso. Ma prima ancora è un gesto. Nutrire. E ogni nutrimento, prima o poi, diventa corpo. Pensiero. Abitudine. Futuro.

Forse è per questo che continuo a credere che The Human Feed sia necessario. Perché ogni epoca costruisce la propria torre. E ogni civiltà sceglie il proprio nutrimento.

E noi, cosa stiamo davvero nutrendo?

Luisa Mantero

Consulente di comunicazione e digital marketing. Lavora all’intersezione tra marketing, narrazione e trasformazione tecnologica, accompagnando aziende, professionisti e organizzazioni nella costruzione della propria identità e presenza nel mondo digitale. Con The Human Feed sviluppa uno spazio editoriale dedicato all’esplorazione del rapporto tra tecnologia, comunicazione e dimensione umana del digitale, con uno sguardo che unisce analisi professionale, cultura e pensiero contemporaneo.

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